Camminando sui sentieri del Parco dei Colli di Bergamo capita di incontrare ogni tanto dei tratti il cui fondo è costituito da un solido ciottolato: non è un sentiero come gli altri, è quello che resta di una antica mulattiera. Se poi facciamo attenzione, ci accorgiamo che quel tratto di mulattiera collega sempre due frazioni, due cascine, un alpeggio.

Osservando bene queste mulattiere non possiamo fare a meno di cogliere che si tratta sempre di opere ben inserite nell’ambiente naturale e che esse stesse costituiscono un elemento del paesaggio. Questo perché gli antichi costruttori hanno utilizzato solo materiale disponibile lì attorno senza introdurne di diversi come ferro e cemento. Ne deriva una particolare armonia dell’opera che, assieme ad edifici rurali, muri a secco, fontane e capitelli, perfettamente si integrano con l’ambiente circostante fino a divenirne un tutt’uno.

A differenza dei comuni sentieri, le mulattiere erano vere e proprie strade e come tali venivano mantenute. Lo strato di pietre incastrate sapientemente sul fondo aveva lo scopo di facilitare il trasporto delle merci a spalla o a dorso di mulo, e doveva permettere alle persone di camminare all’asciutto con qualunque condizione di tempo.

Le mulattiere erano più larghe dei normali sentieri, nella maggior parte dei casi la regola voleva che venissero realizzate con una larghezza non inferiore al metro e venti in quanto si doveva prevedere il possibile l’incrocio di due muli con il loro relativo carico.

Contrariamente a quello che si può pensare, la parte più importante di una mulattiera non è il basamento ma quegli elementi costruttivi che ne assicurano la stabilità e la la durata nel tempo. Il più importante è la cortelàda, una fila di grosse pietre poste ai margini della mulattiera che serve per contenere le pietre del basamento, ü basèl, ossia il piano di camminamento. Se cede la cortelàda cede il basamento e la mulattiera si sfascia.

Le renèle sono invece delle pietre poste in fila ben conficcate nel terreno. Servono per superare i tratti più ripidi anche con i muli carichi. La renèla facilita la salita degli animali che con gli zoccoli trovano un punto di presa ferma, ma serve anche per la deviazione delle acque superficiali che dal basamento (ü basèl) vengono portate a confluire nella cöneta, un piccolo canale anch’esso rivestito in pietra adibito all’allontanamento delle acque meteoriche che, unite all’incuria, rappresentano la principale causa del disfacimento delle antiche mulattiere.

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Oggi che il camminare è diventato un passatempo, non cogliamo più il significato vero di queste opere realizzate da semplici contadini o montanari a cui la montagna offriva il sostentamento per intere famiglie e per questo avevano lentamente modellato in modo funzionale il loro territorio. Molte antiche mulattiere oggi non esistono più; con l’abbandono della montagna è venuto a mancare il continuo intervento della mano dell’uomo e l’incuria, unita agli incontrollati agenti atmosferici, ha distrutto gran parte di questi manufatti. A ciò si è aggiunta la percorrenza con mezzi non adatti come moto e taluni mezzi agricoli … e l’acqua ha fatto il resto.

Oggi non saremmo più in grado di costruire delle mulattiere come quelle di una volta, e non è solo un discorso economico, non esistono più persone con tali magistrali competenze in grado di progettarle e realizzarle. Ma anche le trovassimo, queste persone non potrebbero più costruire una mulattiera con le stesse caratteristiche di quelle del passato perché ora sono venute meno le ragioni pratiche e funzionali per cui le mulattiere un tempo sono state realizzate.

Per questo motivo, quei tratti di mulattiera che ancora esistono, andrebbero tutelati, e conservati, e se ne dovrebbero spiegare i criteri costruttivo-funzionali che stanno alla base della realizzazione di queste importanti opere del passato. Potrebbe infatti accadere che il giorno in cui ne comprenderemo valore, le antiche mulattiere non ci saranno più!

Per quanti volessero approfondire l’argomento consigliamo il bellissimo libro “Prida e piöda” di Antonio Carminati e Piero Invernizzi edito dal Centro Studi Valle Imagna.